Chi cura chi cura: il riconoscimento istituzionale dei caregiver familiari come priorità di welfare
Photo: family caregiver elderly disabled person home care Italy, via admin.expatica.com
Un carico che le statistiche faticano a misurare
In Italia si stima che oltre tre milioni di persone svolgano, in modo continuativo e non retribuito, attività di assistenza a un familiare con disabilità fisica, cognitiva o psichica. Sono madri, padri, figli adulti, fratelli e sorelle che organizzano l'intera esistenza attorno ai bisogni di chi non può provvedere autonomamente a sé stesso. Eppure, nella maggior parte dei casi, il loro contributo rimane giuridicamente indefinito, economicamente non compensato e socialmente sottovalutato.
La Conferenza Nazionale sulla Famiglia ha più volte sottolineato come il welfare italiano, pur avendo compiuto progressi significativi negli ultimi decenni, continui a trattare il caregiver familiare come una risorsa implicita del sistema, anziché come un soggetto titolare di diritti e bisogni propri. Questa lacuna strutturale non è soltanto una questione di equità: è anche una questione di efficienza. Quando un caregiver va in crisi — per esaurimento, malattia o difficoltà economica — l'intero sistema di assistenza informale che ruota attorno alla persona con disabilità rischia di collassare, generando costi ben più elevati per il sistema pubblico.
Il profilo del caregiver familiare in Italia
Chi sono, concretamente, i caregiver familiari nel nostro Paese? Secondo i dati dell'ISTAT e di diverse ricerche condotte da università e associazioni di settore, il profilo prevalente è quello di una donna tra i 45 e i 65 anni, spesso uscita dal mercato del lavoro o costretta a ridurre drasticamente l'orario lavorativo per far fronte alle esigenze di cura. Questa condizione si traduce in una riduzione significativa del reddito personale, in una minore contribuzione previdenziale e, nel lungo periodo, in un rischio concreto di povertà nella terza età.
Ma il costo non è soltanto economico. Le ricerche sul benessere psicologico dei caregiver documentano tassi elevati di stress cronico, ansia, depressione e isolamento sociale. La cosiddetta "caregiver burden" — il peso del prendersi cura — è un fenomeno clinicamente riconosciuto, che tuttavia raramente trova spazio nei percorsi di supporto offerti dai servizi territoriali. Il caregiver viene spesso visto come parte della soluzione, mai come parte del problema da affrontare.
Il vuoto normativo e le sue conseguenze
L'Italia ha adottato, nel 2017, una prima definizione legislativa di caregiver familiare nell'ambito della Legge di Bilancio, riconoscendo formalmente la figura e impegnandosi a istituire misure di sostegno specifiche. Tuttavia, a distanza di anni, l'attuazione concreta di questo riconoscimento è rimasta parziale e disomogenea sul territorio nazionale. Mancano ancora: un sistema strutturato di sostegno al reddito per chi riduce o interrompe l'attività lavorativa per ragioni di cura; percorsi formativi e di supporto psicologico dedicati; meccanismi di continuità contributiva che tutelino la posizione previdenziale del caregiver; strumenti di respiro e sollievo — i cosiddetti "programmi di respite care" — che permettano brevi periodi di riposo e recupero.
Questa frammentazione normativa genera disuguaglianze territoriali marcate: in alcune regioni esistono sperimentazioni virtuose, in altre il caregiver è sostanzialmente abbandonato a sé stesso. Una situazione che la Conferenza Nazionale sulla Famiglia considera incompatibile con i principi di coesione sociale e pari dignità che dovrebbero guidare le politiche familiari del nostro Paese.
Lezioni dall'Europa: modelli da cui imparare
Guardare oltre i confini nazionali offre spunti preziosi. Diversi Paesi europei hanno sviluppato approcci sistematici al riconoscimento e al sostegno dei caregiver familiari, che possono ispirare la riflessione italiana.
In Germania, il sistema di assicurazione per la cura a lungo termine (Pflegeversicherung) prevede contributi previdenziali versati dallo Stato per i familiari che prestano assistenza, garantendo loro una copertura pensionistica. In Svezia e negli altri Paesi nordici, i caregiver possono accedere a congedi retribuiti specifici, distinti dai congedi parentali, con tassi di sostituzione del reddito significativi. In Irlanda, il programma Carer's Allowance offre un'indennità mensile ai caregiver a basso reddito, affiancata da servizi di supporto e accesso prioritario ai servizi sanitari.
L'Unione Europea stessa, con la Direttiva sull'equilibrio tra vita professionale e vita privata del 2019 (recepita in Italia con il D.Lgs. 105/2022), ha introdotto il congedo per caregiver — cinque giorni l'anno non retribuiti — un primo passo, certamente insufficiente, ma indicativo di una direzione politica che riconosce la centralità del tema a livello continentale.
Proposte per un dialogo istituzionale più inclusivo
La Conferenza Nazionale sulla Famiglia ritiene che il tema del caregiver familiare debba diventare un asse portante dell'agenda politica italiana nei prossimi anni. A tal fine, si individuano alcune priorità su cui costruire un confronto istituzionale strutturato.
Primo, occorre approvare una legge organica sul caregiver familiare che traduca in diritti esigibili il riconoscimento già espresso in linea di principio dal legislatore, definendo standard minimi nazionali e meccanismi di finanziamento stabili.
Secondo, è necessario integrare la figura del caregiver nei Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali (LEPS), garantendo che in ogni territorio siano disponibili servizi di supporto psicologico, orientamento e sollievo temporaneo.
Terzo, vanno rivisti i criteri di accesso alle misure di conciliazione vita-lavoro, includendo esplicitamente le esigenze di cura verso familiari con disabilità e non solo quelle legate alla genitorialità di figli minori.
Quarto, si propone l'istituzione di un Osservatorio Nazionale sui Caregiver Familiari, con funzioni di monitoraggio, raccolta dati e formulazione di raccomandazioni alle istituzioni centrali e regionali.
La famiglia come sistema: prendersi cura di chi cura
Riconoscere il caregiver familiare non significa soltanto fare giustizia verso chi silenziosamente sostiene il welfare pubblico. Significa anche adottare una visione sistemica della famiglia: un nucleo in cui ogni componente — compreso chi svolge funzioni di cura — ha bisogni legittimi che le istituzioni sono chiamate a vedere e a rispondere.
La disabilità, quando entra in una famiglia, la trasforma profondamente. Cambiano le relazioni, le priorità, i progetti di vita. Le istituzioni non possono continuare a guardare soltanto alla persona con disabilità come destinataria di interventi, ignorando l'ecosistema familiare che la circonda e che spesso ne determina la qualità di vita.
Un welfare davvero inclusivo è quello che sa prendersi cura di chi cura. È questo l'orizzonte verso cui la Conferenza Nazionale sulla Famiglia invita le istituzioni, le forze sociali e la società civile a lavorare insieme, con determinazione e con la consapevolezza che ogni famiglia che regge il peso della cura lo fa anche per conto di tutti noi.