Gestazione per altri e tutela dei diritti: verso un dibattito istituzionale maturo e consapevole
Photo: Italian parliament institutional dialogue bioethics family policy, via www.governo.it
Una questione che non può attendere
Nel panorama delle politiche familiari italiane, poche questioni risultano tanto divisive e al tempo stesso tanto urgenti quanto quella della gestazione per altri (GPA). Definita impropriamente nel dibattito pubblico con termini che già incorporano un giudizio di valore, questa pratica riproduttiva si trova oggi al crocevia di istanze etiche profondamente diverse: i diritti delle coppie che non possono avere figli biologicamente, la tutela della dignità e dell'autonomia delle donne che scelgono di portare avanti una gravidanza per altri, e la protezione dei minori nati attraverso queste procedure.
L'Italia ha recentemente approvato una legge che estende il reato di ricorso alla GPA anche quando effettuato all'estero, inasprendo ulteriormente un quadro normativo già tra i più restrittivi d'Europa. Questa scelta legislativa, pur riflettendo una posizione politica chiara, non ha chiuso il dibattito: lo ha reso più urgente. Perché le famiglie esistono, i bambini nati da queste procedure vivono in Italia, e le istituzioni devono trovare risposte che vadano oltre la sola dimensione penale.
Il quadro europeo: una mappa della complessità
Per comprendere la specificità della posizione italiana, è utile osservare come altri Paesi europei abbiano affrontato la stessa questione, giungendo a soluzioni legislative molto diverse tra loro.
Il Portogallo ha tentato di legalizzare la GPA altruistica — ovvero quella in cui la gestante non riceve un compenso economico — con una legge approvata nel 2016 e successivamente modificata più volte a seguito di pronunciamenti della Corte Costituzionale, che ha sollevato obiezioni sulla tutela dei diritti della donna gestante. Il percorso portoghese dimostra quanto sia difficile trovare un equilibrio normativo soddisfacente anche per i Paesi che scelgono di regolamentare anziché vietare.
Il Belgio e i Paesi Bassi consentono la GPA altruistica in un quadro di accordi privati non regolamentati da legge specifica, con un approccio pragmatico che lascia ampi spazi di incertezza giuridica ma che di fatto non criminalizza le coppie né le donne coinvolte.
Il Regno Unito dispone di una delle normative più elaborate in materia: la GPA altruistica è consentita e il sistema prevede un percorso giudiziario di riconoscimento della genitorialità (Parental Order) che tutela sia i genitori intenzionali sia la gestante, la quale mantiene il diritto di cambiare idea fino alla nascita del bambino.
In Grecia, infine, la GPA altruistica è consentita per coppie eterosessuali e donne single, con un riconoscimento della genitorialità che avviene prima della nascita tramite decreto giudiziario, eliminando l'incertezza del periodo post-partum.
Questo panorama dimostra che non esiste un modello europeo univoco, ma una pluralità di approcci che riflettono valori culturali, tradizioni giuridiche e composizioni politiche differenti. L'Italia, nel confrontarsi con questa complessità, non può prescindere da un dialogo serio con le esperienze dei Paesi partner.
Le questioni etiche al centro del dibattito
Il cuore del dibattito sulla GPA non è tecnico-giuridico, ma profondamente etico. E le posizioni in campo, lungi dall'essere riducibili a uno schema semplice, attraversano trasversalmente le famiglie politiche tradizionali.
Chi si oppone alla GPA in tutte le sue forme — anche quella altruistica — sottolinea il rischio di strumentalizzazione del corpo femminile, il pericolo che la povertà diventi un fattore di pressione implicita sulla scelta della donna di diventare gestante, e la difficoltà di garantire davvero che il consenso sia libero e informato in tutte le circostanze. Questi argomenti provengono sia da ambienti cattolici e conservatori, sia da alcune correnti del femminismo che vedono nella GPA una forma di sfruttamento strutturale.
Chi invece distingue tra GPA commerciale e altruistica, o tra pratiche gestite in contesti regolamentati e quelle che avvengono nel mercato non regolamentato, sostiene che il vero problema non sia la pratica in sé ma l'assenza di tutele adeguate. L'obiettivo, in questa prospettiva, non sarebbe eliminare la GPA ma costruire un quadro normativo che la renda sicura, trasparente e rispettosa della dignità di tutte le parti coinvolte.
Al centro di entrambe le posizioni vi è, in definitiva, la stessa preoccupazione: proteggere i soggetti più vulnerabili. Il disaccordo riguarda chi siano questi soggetti e come debbano essere protetti.
I diritti dei bambini: una priorità su cui non si può derogare
Indipendentemente dalle posizioni etiche sulla GPA, esiste un piano su cui l'accordo istituzionale dovrebbe essere immediato e trasversale: la tutela dei bambini già nati attraverso queste procedure. In Italia vivono migliaia di minori il cui status giuridico è incerto, privi del riconoscimento legale di uno o entrambi i genitori intenzionali, esposti a conseguenze gravissime in caso di separazione, malattia o morte di uno dei genitori.
La Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale hanno in più occasioni affermato che il superiore interesse del minore deve prevalere sulle valutazioni di ordine pubblico connesse alle modalità del concepimento. Tuttavia, in assenza di una normativa organica, le soluzioni adottate rimangono frammentate e dipendenti dall'interpretazione dei singoli giudici.
La costruzione di un sistema di tutele per questi bambini non equivale a una legittimazione della GPA: è semplicemente il riconoscimento che le scelte degli adulti non possono ricadere sulle spalle dei minori. Su questo punto, un consenso istituzionale ampio è non solo auspicabile ma doveroso.
Il ruolo del dialogo istituzionale: dalla polarizzazione alla complessità
Uno dei principali ostacoli a un dibattito produttivo sulla GPA in Italia è la polarizzazione del discorso pubblico, che tende a ridurre una questione di straordinaria complessità a uno scontro tra fronti contrapposti. Le istituzioni hanno la responsabilità di offrire spazi di riflessione più articolati, capaci di contenere le contraddizioni senza semplificarle.
Questo significa, in primo luogo, investire nella formazione di una classe dirigente — politica, giuridica, medica — capace di affrontare le questioni bioetiche con rigore e apertura. Significa promuovere audizioni parlamentari che diano voce non solo agli esperti giuridici ma anche alle coppie che hanno vissuto l'esperienza, alle donne che hanno scelto di essere gestanti, ai bambini nati da queste procedure e oggi adulti.
Significa, infine, partecipare attivamente al processo di elaborazione di standard internazionali in materia di GPA, come quello avviato nell'ambito della Conferenza dell'Aja di diritto internazionale privato, che punta a costruire un quadro di tutele condivise a livello globale per i bambini nati attraverso accordi di gestazione per altri.
Conclusioni: un'agenda di dialogo per le istituzioni italiane
La Conferenza Nazionale sulla Famiglia non ha il compito di indicare una risposta definitiva a una questione che divide genuinamente la società italiana. Ha però il compito — e la vocazione — di contribuire a elevare la qualità del dibattito, offrendo alle istituzioni e alla società civile gli strumenti per affrontare questa complessità con la serietà che merita.
La GPA non è un tema che si esaurisce con una legge, né in un senso né nell'altro. È una questione destinata a rimanere al centro del dibattito politico e sociale per i prossimi decenni, man mano che le tecnologie riproduttive evolveranno e le strutture familiari continueranno a trasformarsi. L'Italia ha bisogno di costruire, ora, le basi di un confronto istituzionale maturo: informato, rispettoso delle diverse sensibilità, e orientato in primo luogo alla tutela dei diritti di tutte le persone coinvolte.