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Inclusione Sociale

Tra due generazioni: il peso invisibile di chi accudisce figli e genitori allo stesso tempo

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Tra due generazioni: il peso invisibile di chi accudisce figli e genitori allo stesso tempo

Photo: middle-aged adult caring for elderly parent and child at home Italy, via odfigroup.com

Una morsa silenziosa che stringe milioni di famiglie italiane

C'è una condizione che non ha ancora trovato il posto che merita nell'agenda politica italiana, eppure coinvolge una quota crescente della popolazione adulta: quella di chi si trova a fare da perno tra due generazioni dipendenti, accudendo contemporaneamente figli ancora minorenni e genitori anziani che necessitano di assistenza. Gli studiosi anglosassoni l'hanno definita sandwich generation, un'espressione che rende bene l'idea di una pressione esercitata da entrambi i lati, senza margini di respiro.

Secondo le stime dell'ISTAT, in Italia oltre quattro milioni di persone — prevalentemente donne tra i quaranta e i cinquantacinque anni — vivono quotidianamente questa duplice responsabilità. Non si tratta di una condizione eccezionale o temporanea: è il riflesso strutturale di due tendenze demografiche convergenti. Da un lato, l'innalzamento dell'età media alla quale si diventa genitori ha fatto sì che molti adulti abbiano ancora figli piccoli o adolescenti nel momento in cui i propri genitori entrano nella fase della non autosufficienza. Dall'altro, l'allungamento della speranza di vita ha esteso la durata del periodo in cui gli anziani richiedono supporto attivo, spesso in assenza di reti di cura adeguate.

Il carico che non si vede: dimensioni emotive, fisiche ed economiche

Parlare della generazione sandwich significa innanzitutto riconoscere la natura multidimensionale del suo carico. Non si tratta soltanto di un problema di tempo — sebbene la gestione logistica di due nuclei dipendenti consumi risorse enormi — ma di un'esperienza che incide profondamente sulla salute psicologica di chi la vive.

Il senso di colpa è tra le emozioni più ricorrenti: la sensazione di non essere mai abbastanza presenti, né per i figli né per i genitori, genera uno stato di tensione cronica che, se protratto nel tempo, può evolvere in vere e proprie forme di burnout da caregiving. Studi condotti in ambito europeo documentano come le persone in questa situazione presentino tassi più elevati di ansia, depressione e disturbi del sonno rispetto alla popolazione generale.

Sul piano economico, il quadro non è meno preoccupante. Molti adulti della generazione sandwich si trovano a dover ridurre l'orario di lavoro, rinunciare a promozioni o abbandonare del tutto l'occupazione per far fronte alle esigenze di cura. Questo ha conseguenze dirette non solo sul reddito presente, ma anche sulle prospettive pensionistiche future, creando un circolo vizioso di vulnerabilità che rischia di trasmettersi nel tempo. Le donne, come di consueto, pagano il prezzo più alto: su di loro grava storicamente la quota maggiore del lavoro di cura non retribuito, con effetti permanenti sulla carriera e sull'autonomia economica.

Il sistema di welfare italiano di fronte a una sfida inedita

L'Italia ha costruito nel tempo un sistema di protezione sociale che tende a intervenire sui singoli bisogni in modo separato: ci sono misure per la famiglia con figli, strumenti per la non autosufficienza degli anziani, supporti per i caregiver. Ciò che manca, tuttavia, è una visione integrata capace di intercettare la specificità di chi vive entrambe le condizioni simultaneamente.

La Legge Delega sulla non autosufficienza, approvata nel 2023, ha rappresentato un passo avanti significativo nel riconoscimento del caregiving come funzione sociale meritevole di tutela. Tuttavia, la sua implementazione richiede ancora un salto culturale e amministrativo: passare da una logica di assistenza frammentata a un approccio sistemico che consideri la famiglia nella sua complessità, non come somma di individui portatori di bisogni distinti.

In questo senso, alcune esperienze europee offrono spunti preziosi. In Germania, il sistema dei Pflegepunkte — punti previdenziali riconosciuti a chi presta cura a un familiare non autosufficiente — ha contribuito a ridurre il gap pensionistico dei caregiver, prevalentemente donne. In Svezia e nei Paesi Bassi, i servizi di sollievo (respite care) permettono ai familiari che accudiscono anziani di beneficiare di periodi di pausa senza che la persona assistita rimanga priva di supporto. Si tratta di modelli non direttamente trasponibili, ma che indicano una direzione: il riconoscimento istituzionale del caregiving come lavoro, con tutele concrete e non meramente simboliche.

Verso politiche integrate: proposte per un welfare all'altezza della realtà

Affrontare la condizione della generazione sandwich richiede un ripensamento strutturale delle politiche di welfare, fondato su almeno tre assi di intervento.

Il primo riguarda il riconoscimento previdenziale e fiscale. È necessario estendere e rafforzare le detrazioni fiscali per le spese di assistenza, prevedere contributi figurativi per chi riduce o interrompe l'attività lavorativa per ragioni di cura, e introdurre meccanismi di flessibilità lavorativa — come il telelavoro garantito o i permessi retribuiti per caregiving — che permettano di conciliare lavoro e responsabilità familiari senza dover scegliere tra le une e le altre.

Il secondo asse riguarda i servizi di supporto territoriale. Le reti di prossimità — consultori, centri diurni per anziani, sportelli di ascolto per caregiver — devono essere potenziate e rese accessibili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, colmando i divari oggi esistenti tra aree urbane e contesti rurali o periferici. I servizi di sollievo, ancora troppo rari in Italia, andrebbero inseriti nei livelli essenziali di assistenza come prestazione esigibile.

Il terzo asse è quello del riconoscimento culturale e della formazione. Le istituzioni hanno il compito di contribuire a modificare la percezione sociale del caregiving, ancora troppo spesso considerato un fatto privato e femminile piuttosto che una funzione di interesse collettivo. Campagne di sensibilizzazione, percorsi formativi per i caregiver, e l'inclusione sistematica di questa tematica nei piani sanitari e sociali regionali sono strumenti che possono contribuire a questo cambiamento.

Un impegno istituzionale che non può attendere

La generazione sandwich non è un fenomeno destinato a ridimensionarsi: le proiezioni demografiche indicano che nei prossimi decenni il numero di anziani non autosufficienti in Italia è destinato ad aumentare, così come la quota di famiglie chiamate a farsi carico di questo bisogno in assenza di risorse pubbliche sufficienti. Ignorare questa realtà significa scaricare sulle spalle di singoli individui — e in particolare di singole donne — un peso che è, a tutti gli effetti, una questione di interesse nazionale.

La Conferenza Nazionale sulla Famiglia ritiene che sia giunto il momento di portare la condizione della generazione sandwich al centro del dibattito istituzionale, con la stessa urgenza con cui si discute di natalità, povertà minorile o inclusione lavorativa. Perché prendersi cura di chi si prende cura non è un atto di generosità: è una responsabilità collettiva che definisce la qualità di una società.

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